Nata per il Mondiale, è diventata una ricchezza per la valle

Storia della pista Saslong, teatro di discese libere iridate e di Coppa del Mond

La prima Coppa del Mondo 1969

La prima Coppa del Mondo 1969

La notizia dell’assegnazione alla val Gardena dei campionati del mondo del 1970 fu accolta dai valligiani con grande entusiasmo e indimenticabili festeggiamenti. “Fu chiamata perfino la banda musicale,...

...che si esibì davanti a più di mille persone”, ricorda Max Schenk, uno dei promotori della candidatura che però non poté presenziare al congresso FIS di Beirut, dove nel maggio 1967 il grande evento sportivo fu assegnato alla vallata dolomitica.

Passata l’onda dei festeggiamenti, comunque, tutti si resero conto che bisognava rimboccarsi le maniche e iniziare a lavorare sodo. Mancavano infatti infrastrutture essenziali come strade ed edifici di servizio, e soprattutto l’elemento principale della manifestazione che si sarebbe disputata da lì a tre anni: le piste. Balzò subito agli occhi che la valle non disponeva di una pista per la libera che rispettasse i parametri FIS, ovvero presentasse un dislivello di almeno 800 metri. La pista 3, infatti, che portava dal Ciampinoi a Selva Gardena ed aveva ospitato parecchie competizioni FIS-A, disponeva di un dislivello di appena 750 metri, ammesso solo per le gare femminili. Fu chiaro insomma che bisognava realizzarne una nuova.

I parametri della FIS lasciavano spazio a due sole possibilità. Entrambe avevano la partenza sul Ciampinoi a quota 2249 metri e scendevano a valle costeggiando la parete nord del Sasso Lungo. I due tracciati si separavano poco prima dei Muri di Sochers: uno portava attraverso i Prati del Ciaslat fino al Ruacia, una conca ricadente politicamente sul territorio comunale di Selva Gardena ma geograficamente vicino al centro abitato di Santa Cristina; l’altro tracciato invece deviava sulla destra orografica dei Muri di Sochers e si concludeva a La Pozza, un prato tra Santa Cristina e Selva.

Max Schenk, dal 1957 collaboratore dello Sci Club Gardena, aveva una certa esperienza di tracciati avendo disegnato varie piste e così fu incaricato di elaborare un progetto per la nuova discesa. “In realtà non ero uno specialista del settore, ma nel corso degli anni ho accumulato una certa esperienza”, racconta l’odierno vicesindaco di Santa Cristina. Schenk quindi mise nero su bianco le sue proposte sulla nuova pista, anche se la decisione su quale dei due tracciati avesse dovuto essere realizzato, la presero altri.

Gustavo Thöni ai mondiali del 1970.

Hubert Spiess, direttore di gara durante le Olimpiadi del 1964 e del 1976 ad Innsbruck, esaminò nel corso di un sopralluogo le due varianti. E dopo essersi consultato con Hermann Nogler, lo specialista in questioni tecniche del comitato gardenese del Mondiale, optò per l’arrivo alla Ruacia. Con 3.446 metri di tracciato, questa soluzione era più lunga della variante La Pozza e inoltre presentava un maggior dislivello: 839 metri.

Il tracciato venne quindi disegnato secondo gli schizzi di Schenk e prevedeva una linea di discesa relativamente dritta da Ciampinoi fino al traguardo. Nel tratto “Costa de Gialina”, le odierne “Gobbe di cammello”, Schenk decise di passare sopra una cresta piuttosto che attraversare una piccola valle. “Oggi non si vede nulla di questo, perché nel frattempo la pista è stata allargata”, spiega Schenk. E anche la curva ai Prati di Ciaslat originariamente non esisteva: nella prima gara infatti questo tratto fu eliminato e la stretta curva “Maso Nucia” prima del traguardo venne tagliata.

Prima di procedere alla costruzione della pista, comunque, era necessario che la decisione tecnica fosse supportata dall’approvazione politica. La Provincia autonoma di Bolzano, allora retta dal presidente Silvius Magnago, si disse subito favorevole; più difficile invece fu ottenere il consenso di Selva Gardena, dove ci si preoccupava per le ricadute turistiche. A Selva fino all’ultimo si sperò nell’arrivo a La Pozza: questa variante infatti avrebbe portato animazione nel centro del paese piuttosto che nella periferica Ruacia. Inoltre, gli impianti di risalita sarebbero stati costruiti secondo il tracciato scelto.

“Ci fu una seduta di consiglio comunale molto animata – ricorda Erich Demetz, l’allora responsabile tecnico del comitato organizzativo mondiale – e quando la decisione venne presa, il sindaco di Selva ed il sottoscritto fummo attaccati duramente”. Furono raccolte 400 firme a sostegno dell’iniziativa “Salvon Selva” (Salviamo Selva). “Oggi nessuno parla più di quella storia, perché in fin dei conti tutti trassero enormi vantaggi dalla nuova pista e dai Mondiali. Quell’evento lanciò la val Gardena nell’Olimpo delle località di sport invernali”, commenta Demetz.


Collaboratori dei Campionati del Mondo 1970

Demetz coordinò quindi la costruzione della Saslong e di tutte le piste dei Mondiali. Gli interventi più importanti riguardarono i disboscamenti tra Sochers e i Prati di Ciaslat e la zona d’arrivo. A Ciaslat furono raccolte e deviate ben 26 sorgenti, tra cui il piccolo “Lech de Ciaslat” (Lago di Ciaslat). Per un maso, rimasto senza acqua potabile, fu necessario realizzare una nuova condotta. “Non si registrarono opposizioni ambientaliste: all’epoca, la difesa del territorio non era un tema dibattuto”, rammenta Demetz. “E comunque, per ogni albero abbattuto, ne venne piantato uno altrove”. I costi per la costruzione della Saslong ammontarono a 110 milioni di lire e furono interamente coperti dal budget a disposizione dei Mondiali di sci.

“In quell’inverno sono andato più di 30 volte a Ciampinoi”, ricorda Max Schenk, che nella costruzione della pista non rivestiva alcun ruolo specifico però, conoscendo la zona ed il tracciato come nessun altro, veniva sempre chiamato in causa quando si trattava di mostrare la pista nascente a ospiti di ogni genere. “Membri di società sciistiche o della FISI, rappresentanti di aziende di soggiorno, della Provincia e della Forestale: tutti volevano sapere come procedevano i lavori. Perfino giornalisti stranieri vennero in Gardena per scoprire la nuova pista mondiale”.


Jean-Daniel Dätwyler 1969, all'arrivo della Saslong.

Nel 1969, un anno prima della rassegna iridata, andò in scena la prova generale. La prima discesa di Coppa del mondo sulla nuova pista fu vinta dallo svizzero Jean Daniel Dätwyler, che coprì il tracciato – frenato da 20 centimetri di neve fresca – in 2’07”75. “Questa pista è troppo facile”, si lamentò il campione austriaco Karl Schranz. Il dominatore delle discese di allora però si ricredette qualche anno dopo, quando fu chiaro che “la Saslong del 1969 non ha nulla a che fare con quella di adesso, che al confronto sembra uno slalom gigante”, sottolinea Erich Demetz. A sostegno di questa tesi, basti pensare alla diversa linea di gara al Ciaslat: invece di tagliar dritto, dopo le prime gare venne introdotta una curva per diminuire la velocità.

Questa non è stata comunque l’unica variazione che la Saslong ha registrato nel corso della sua esistenza. Innanzitutto la pista ha dovuto attenersi ai sempre più rigidi parametri di sicurezza della FIS; e poi si è reso necessario fronteggiare il sempre più massiccio afflusso di sciatori attirati da una popolarità diventata di livello mondiale. La funivia originaria, realizzata da un imprenditore privato contemporaneamente alla pista, fu adattata alle esigenze trasportando sempre più sciatori in cima. E così la Saslong è stata continuamente oggetto di allargamenti: prima i Muri di Sochers, quindi le Gobbe di cammello e infine, nel 2007, la curva finale e la zona d’arrivo. “In futuro potrebbe anche succedere – dice il direttore di gara FIS Günter Hujara – che sulla Saslong non ci si limiti a disputate solo gare di discesa e Super-G”.

A 40 anni dalla nascita, la Saslong – che prende nome dalla cima Sasso Lungo (3.181 m) – ha più che mai una doppia vita. Da un lato essa è diventata una delle classicissime del Circo bianco, ed è annoverata tra le migliori piste di discesa del mondo. Il tracciato è veloce e molto spettacolare, con 17 tra grandi e piccoli salti. La parte alta è relativamente semplice e di scorrimento. Il Salto Looping subito dopo la partenza ed il “Saut dl Moro” (Salto del Moro) sui Prati del Moro, in cui i discesisti per la prima volta saltano veramente, portano giù ai Muri di Sochers, che prendono il nome dal prato omonimo. Ecco quindi le Gobbe di cammello, che rendono la Saslong famosa nel mondo. Devono il loro nome a Sepp Sulzberger, uno dei delegati tecnici della FIS incaricati di osservare le gare gardenesi: “Lassù, dove ci sono le gobbe di cammello”, disse una volta per farsi capire, “battezzando” di fatto quei tre dossi. L’austriaco Michael Walchhofer, vincitore nel 2007, saltò per circa 88 metri. E si calcola che si possa raggiungere un’altezza da terra vicina ai 13 metri.

Nella storia è rimasto anche il primo salto sulle gobbe, “osato” dal nordtirolese Uli Spiess nel 1980. “Avevo una paura tremenda, perché affrontavo qualcosa di ignoto e perché non sapevo se ce l’avrei fatta o se invece avrebbero dovuto raccogliere le mie ossa”, ricorda Spiess, che per prepararsi alle Gobbe si allenò sul trampolino del salto. Comunque il pioniere austriaco se la cavò egregiamente, mentre ad altri dopo di lui non andò così bene, tanto che dopo svariate cadute le Gobbe di cammello nel corso degli anni sono state rese meno pericolose, pur rimanendo per molti specialisti uno dei momenti decisivi della Coppa del mondo.

Carichi quindi di adrenalina dopo il salto sulle Gobbe, i concorrenti affrontano il tratto molto tecnico dei Prati di Ciaslat, che a molti è costato un ottimo piazzamento o persino la vittoria. A decidere è l’ingresso su questo tratto, molto ondulato e irregolare. Dopo l’ultima curva, chiamata anche Curva di Nucia dal nome dell’omonimo maso, si entra quindi nello schuss finale, caratterizzato da una elevata pendenza verso sinistra. Il record della pista appartiene al francese Antoine Deneriaz, vincitore due volte sulla Saslong, che nel 2003 tagliò il traguardo in 1’52”99: nel 1969 Jean Daniel Dätwyler, malgrado il tracciato più dritto, aveva vinto con un tempo superiore di quasi 15 secondi.

La Saslong però – e passiamo alla sua “seconda vita” - è una pista da gara solo per una settimana in dicembre: nel resto dell’inverno, infatti, è una delle discese più amate dagli sciatori non agonisti. Ripida e veloce, ma nel contempo spaziosa e con ampia visibilità, la Saslong con il passare degli anni si è adeguata alle esigenze dello sci moderno. Tuttavia sarebbe sbagliato sottovalutarla. I ripidi pendii della parte alta, il gibboso tratto intermedio e le micidiali curve del Ciaslat e della parete finale richiedono il massimo dell’impegno anche da parte di sciatori esperti. Ad ogni modo, non importa se il traguardo viene tagliato dopo un quarto d’ora o in meno di due minuti: chi riesce a domare la Saslong ed a raggiungere la fredda Ruacia sano e salvo, ha il diritto di sentirsi un piccolo campione del mondo.

Wolfgang Resch (autunno 2008)